Articolo ad approfondimento a cura di Dino Tropea
Devianza, sicurezza, responsabilità e punizione
La devianza entra nella cronaca quando il gesto è già avvenuto. Ma prima possono esserci isolamento, povertà educativa e opportunità diseguali. Una riflessione che nasce anche dal percorso di Lasciato indietro: non cercare colpevoli in anticipo, ma chiedersi perché alcuni ragazzi abbiano meno alternative di altri.
La cronaca racconta il gesto quando è già accaduto. Una rissa, un’aggressione, un arresto, un episodio di violenza che improvvisamente porta un ragazzo al centro dell’attenzione. È allora che parliamo di devianza, sicurezza, responsabilità e punizione. Ma prima di quel momento può esserci una storia molto più lunga, fatta di scuola, famiglia, relazioni, territorio, occasioni incontrate oppure mancate. È soprattutto in quello spazio precedente che vale la pena guardare.
Gli episodi avvenuti nelle scuole italiane nel corso del 2026 rendono questa domanda ancora più difficile da ignorare.
Il 16 gennaio, all’Istituto professionale Einaudi-Chiodo della Spezia, uno studente è stato accoltellato da un altro studente ed è morto poche ore dopo in ospedale. Il 25 marzo, a Trescore Balneario, nel Bergamasco, un tredicenne ha accoltellato una propria insegnante, ferendola gravemente. Il 18 settembre, alla scuola media Giovanni Verga di Roma, nel quartiere Centocelle, un altro tredicenne ha aggredito una docente utilizzando prima spray urticante e poi un coltello; un compagno è intervenuto per fermarlo. Sono fatti differenti, avvenuti in contesti differenti, e non esiste alcun elemento che consenta di ricondurli a una causa comune.
Anche alcuni particolari richiedono attenzione senza suggerire conclusioni che i fatti non consentono.
A Trescore Balneario l’aggressione è stata ripresa in diretta attraverso Telegram. Nel caso di Roma le prime ricostruzioni riferiscono che il ragazzo avrebbe tentato di filmare l’aggressione e che il telefono era collegato alla stessa piattaforma. Sono elementi sui quali è legittimo interrogarsi rispetto al rapporto tra adolescenza, violenza e ambienti digitali, ma non dimostrano né un fenomeno di emulazione né che il mondo dei social sia la causa di quei comportamenti.
È proprio qui che occorre evitare la scorciatoia più semplice. Non esiste un’equazione tra abbandono scolastico e devianza, così come sarebbe sbagliato associare automaticamente povertà e criminalità. La grande maggioranza dei ragazzi che attraversano condizioni economiche, familiari o educative difficili non commette reati. La domanda è diversa: quanto possono pesare, quando si sommano, fragilità educativa, esclusione sociale, isolamento, perdita di fiducia negli adulti e assenza di prospettive?
I numeri aiutano a tenere la riflessione lontana dall’allarmismo. Secondo Istat, nel 2025 la quota dei giovani tra 18 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione è scesa all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo per il 2030. È un risultato importante. Ma lo stesso quadro statistico mostra quanto il livello di istruzione dei genitori continui a incidere sui percorsi di studio e sulle opportunità individuali. Il punto di partenza, dunque, conta ancora.
La povertà educativa, inoltre, non si misura soltanto contando chi abbandona formalmente la scuola. Nel 2025 la dispersione implicita tra gli studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado è indicata all’8,7%. Altri indicatori descrivono dimensioni diverse delle opportunità disponibili: il 35,6% dei bambini e ragazzi tra 3 e 19 anni non praticava sport nel 2024 e il 13,3% degli 11-19enni dichiarava, nell’indagine riferita al 2023, di vivere in una zona priva di spazi verdi, parchi e giardini. Sono dati diversi e non vanno sommati o trasformati in indicatori di devianza. Descrivono però alcune delle disuguaglianze che accompagnano la crescita.
È una questione sulla quale torno anche come scrittore. Lasciato indietro nasce proprio dalla necessità di osservare ciò che accade quando una persona perde progressivamente terreno rispetto agli altri e rischia di non avere più gli stessi strumenti per recuperarlo. Non significa sostenere che chi rimane indietro sia destinato alla marginalità o, ancora meno, alla criminalità. Significa chiedersi quali possibilità concrete abbia avuto e quali siano venute meno lungo il percorso.
Lo dico anche partendo dalla mia esperienza di genitore, che rimane un’esperienza personale e non può diventare una regola generale. Ho avuto la possibilità di offrire a mia figlia percorsi educativi importanti, dalle scuole internazionali fino all’università privata. Guardando quel percorso, il privilegio più significativo non mi sembra il nome scritto sulla porta di un istituto. È stata la possibilità di scegliere.
Ed è proprio questa possibilità che mi porta alla domanda opposta. Che cosa accade a chi non può scegliere? A chi cresce in una famiglia con minori risorse economiche o culturali, in un territorio povero di servizi, senza un’attività sportiva facilmente accessibile, senza occasioni culturali o dentro una scuola chiamata quotidianamente a confrontarsi con problemi che vanno molto oltre la didattica?
La risposta non può essere che quel ragazzo diventerà deviante. Sarebbe falsa e ingiusta. Ma sarebbe altrettanto limitante ignorare il valore delle opportunità. Avere davanti più strade non garantisce che una persona scelga sempre quella giusta; significa, più semplicemente, che può scegliere.
La scuola assume allora una funzione che supera la trasmissione delle conoscenze. Può essere il luogo nel quale un adolescente incontra un adulto che si accorge di lui, scopre qualcosa in cui riesce, sperimenta una regola senza percepirla soltanto come imposizione. Può offrire appartenenza, competenze, responsabilità e prospettiva proprio negli anni nei quali si costruiscono identità e relazioni.
Questo non significa trasformare gli insegnanti in assistenti sociali, psicologi o sentinelle incaricate di individuare chi potrebbe diventare violento. Sarebbe un compito improprio e persino pericoloso. Un docente può accorgersi di assenze ripetute, isolamento, aggressività, improvviso disinteresse o difficoltà, ma non può essere lasciato solo davanti a situazioni che richiedono competenze e responsabilità diverse. Famiglia, scuola, servizi, professionisti, associazioni e territorio hanno funzioni differenti.
Anche davanti a un reato bisogna mantenere distinti due piani. La responsabilità individuale non scompare perché si cerca di comprendere il contesto nel quale una persona è cresciuta. Comprendere non significa assolvere. Allo stesso tempo, riconoscere la responsabilità di un gesto non impedisce di domandarsi che cosa sia accaduto prima.
È questa la domanda che mi accompagna anche nella scrittura di Lasciato indietro. Non mi interessa costruire una categoria nella quale collocare chi resta ai margini. Mi interessa capire perché alcune persone abbiano la possibilità di rialzarsi più facilmente mentre altre, a un certo punto della propria storia, sembrano avere davanti un numero sempre minore di alternative.
Chi sono, allora, quelli che restano indietro? Non necessariamente i poveri, non necessariamente chi va male a scuola, non necessariamente chi vive una situazione familiare difficile. Sono domande alle quali sarebbe sbagliato rispondere con un’etichetta. Si può restare indietro economicamente, culturalmente, nelle relazioni, nell’accesso alle opportunità o nella capacità di immaginare il proprio futuro.
La questione che considero ancora più importante è un’altra: perché vengono lasciati indietro?
A volte può pesare la famiglia, altre volte la scuola o il territorio. Possono incidere condizioni economiche, fragilità personali, isolamento, occasioni mancate o difficoltà che nessuno è riuscito a riconoscere in tempo. Nessuno di questi fattori conduce necessariamente alla devianza e sarebbe scorretto utilizzare i recenti fatti di cronaca per sostenere il contrario. Ma una comunità può interrogarsi su quante possibilità riesca concretamente a mettere davanti a chi parte con meno strumenti.
Per questo la prevenzione non dovrebbe significare cercare in anticipo il possibile autore di un reato. Dovrebbe significare aumentare le alternative. Una scuola migliore non eliminerà la violenza, un insegnante non può risolvere da solo una situazione familiare complessa e lo sport non è una formula automatica contro il disagio. Una competenza acquisita, una relazione educativa, un adulto credibile o un luogo nel quale sentirsi riconosciuti possono però aggiungere una possibilità dove prima ce n’erano poche.
Forse è proprio questo il punto d’incontro tra la cronaca di questi mesi e la riflessione da cui nasce Lasciato indietro. Non sappiamo che cosa avrebbe potuto cambiare le storie individuali dei ragazzi finiti nelle cronache e non abbiamo il diritto di inventarlo dopo che i fatti sono accaduti. Possiamo però decidere dove rivolgere lo sguardo.
La cronaca arriva quando il gesto è già avvenuto. Una comunità ha bisogno di guardare anche prima.
Non per stabilire chi diventerà deviante. Non per assolvere chi commette un reato. Ma per porsi una domanda molto più difficile: quante persone lasciamo indietro prima ancora di accorgerci che sono rimaste indietro?
