Intervista ad approfondimento cura di Valentina Spagnolo a Gionata Ciappina -Segretario Generale Nazionale Sindacato Insieme Scuola
Le principali criticità nel settore scolastico sul territorio nazionale
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Gionata Ciappina:
«La scuola non può limitarsi a preparare i giovani al mondo che troveranno. Deve contribuire a costruire un mondo nel quale valga la pena vivere, lavorare e crescere. In particolare, la preparazione degli insegnanti rispetto all’adeguatezza della richiesta formativa.
Quando parliamo delle criticità della scuola italiana, credo che il primo errore sia quello di considerarle come problematiche isolate, riconducibili esclusivamente all’organizzazione scolastica o alla preparazione degli insegnanti.
La scuola è, prima di tutto, lo specchio della società nella quale viviamo. E oggi la nostra società attraversa trasformazioni profonde: cambiano i modelli familiari, le relazioni interpersonali, le esigenze del mondo del lavoro, le modalità di comunicazione e, soprattutto, i bisogni educativi delle nuove generazioni.In questo contesto, agli insegnanti viene chiesto sempre di più.
Non devono soltanto trasmettere conoscenze, ma riconoscere fragilità, prevenire il disagio, gestire conflitti, favorire l’inclusione, contrastare la dispersione scolastica e accompagnare gli studenti in un percorso di crescita personale che, inevitabilmente, va ben oltre la dimensione strettamente didattica.La domanda che dovremmo porci, però, è un’altra: abbiamo realmente messo gli insegnanti nelle condizioni di rispondere a tutte queste esigenze?
Dal mio osservatorio sindacale, la risposta non può essere completamente positiva.Abbiamo docenti che dimostrano quotidianamente straordinaria professionalità, sensibilità e capacità di adattamento ma che troppo spesso, si trovano a operare in condizioni organizzative complesse, con classi numerose, carichi burocratici crescenti; risorse non sempre adeguate e percorsi formativi che non riescono a tenere il passo con le trasformazioni della società.
Penso, in particolare, al tema dell’inclusione.
Non possiamo immaginare che l’inclusione scolastica sia una responsabilità esclusiva dell’insegnante di sostegno.L’inclusione deve essere una cultura condivisa, un principio che attraversa l’intera comunità educante, dal dirigente scolastico al personale docente, dal personale ATA agli operatori che affiancano gli studenti con disabilità.
E questo richiede formazione, coordinamento, continuità didattica e soprattutto tempo».
Il benessere del personale scolastico
Gionata Ciappina:
«Esiste poi una questione che considero fondamentale e che, nella mia attività sindacale, cerco costantemente di riportare al centro del dibattito: il benessere del personale scolastico.
Non possiamo chiedere a un insegnante di essere un punto di riferimento emotivo, educativo e relazionale per i propri studenti se contemporaneamente, quello stesso insegnante vive una condizione di precarietà, sovraccarico lavorativo o continua pressione professionale.
Il benessere di chi insegna non è un privilegio corporativo.È una condizione necessaria per garantire la qualità dell’insegnamento.
Lo stesso ragionamento riguarda il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, troppo spesso invisibile nel dibattito pubblico, ma indispensabile per il funzionamento quotidiano delle istituzioni scolastiche.
A tutto questo si aggiungono le differenze territoriali.La scuola italiana non vive ovunque le stesse condizioni: esistono realtà nelle quali le opportunità formative sono ampie e diversificate e altre nelle quali pesano maggiormente fragilità economiche, carenze infrastrutturali e difficoltà di accesso ai servizi.
La vera sfida, allora, non è semplicemente avere insegnanti sempre più preparati, ma costruire un sistema capace di valorizzare quella preparazione.
Perché una scuola di qualità non nasce soltanto da buoni insegnanti, ma da una società che sceglie concretamente di mettere gli insegnanti nelle condizioni di lavorare bene».Il ruolo dell’insegnante, mutazione e riconoscimento nel patto di collaborazione con i genitori e le famiglie
Gionata Ciappina:
«Credo che il ruolo dell’insegnante abbia attraversato, negli ultimi decenni, una delle trasformazioni più significative della nostra società.
Un tempo il docente rappresentava un‘autorità educativa generalmente riconosciuta, talvolta persino indiscussa.Oggi quella stessa autorevolezza deve essere costruita e consolidata quotidianamente, attraverso la competenza, la relazione e la capacità di dialogo.
Non considero questo cambiamento necessariamente negativo.
Una scuola più aperta al confronto con le famiglie, più attenta ai bisogni individuali e maggiormente orientata alla partecipazione può rappresentare una conquista importante.
Il problema nasce quando il confronto si trasforma in contrapposizione e quando il legittimo coinvolgimento dei genitori finisce per sovrapporsi all’autonomia professionale dell’insegnante.Nella mia esperienza sindacale, mi confronto frequentemente con docenti che raccontano situazioni di crescente difficoltà nei rapporti con alcune famiglie: contestazioni continue delle metodologie didattiche, richieste che esulano dalle competenze genitoriali e, nei casi più delicati, atteggiamenti aggressivi o lesivi della dignità professionale.
Dobbiamo essere molto chiari su un principio: la famiglia è un interlocutore fondamentale della scuola, ma non può sostituirsi all’insegnante nell’esercizio della sua funzione educativa e didattica».Il patto educativo di corresponsabilità
Gionata Ciappina:
«Allo stesso modo, la scuola non può pensare di sostituirsi integralmente alla famiglia.
Il patto educativo di corresponsabilità dovrebbe essere interpretato proprio in questa prospettiva: non come un documento da sottoscrivere formalmente all’inizio dell’anno scolastico, ma come un impegno reciproco fondato sul rispetto dei ruoli, sull’ascolto e sulla condivisione degli obiettivi educativi.
Vorrei soffermarmi anche su un aspetto che considero particolarmente importante.
Oggi molte famiglie vivono condizioni di fragilità che inevitabilmente si riflettono sulla vita scolastica dei figli.Penso alle difficoltà economiche, alla precarietà lavorativa, alle separazioni conflittuali, alla solitudine educativa e alle problematiche legate alla salute mentale e al disagio giovanile.
Sarebbe profondamente sbagliato affrontare queste situazioni con un atteggiamento giudicante.
La scuola deve essere un luogo di accoglienza, capace di comprendere le difficoltà senza rinunciare alle proprie responsabilità educative.
Ma accoglienza non significa assenza di regole.Anzi, ritengo che i giovani abbiano bisogno di adulti capaci di ascoltarli, ma anche di rappresentare riferimenti coerenti, autorevoli e riconoscibili.
Da questo punto di vista, è necessario restituire centralità sociale alla figura dell’insegnante.
E il riconoscimento non può essere soltanto simbolico: deve tradursi in tutela professionale, rispetto delle competenze, condizioni lavorative dignitose e valorizzazione economica.
Non possiamo continuare a parlare dell’importanza dei docenti soltanto in occasione delle celebrazioni istituzionali, salvo poi lasciarli soli quando devono affrontare situazioni particolarmente complesse.
Una famiglia che rispetta la scuola rafforza l’educazione dei propri figli.Una scuola che ascolta le famiglie costruisce fiducia. E quando questa alleanza funziona, a beneficiarne sono soprattutto i ragazzi».
L’importanza dell’orientamento per la formazione professionale dei giovani
Gionata Ciappina:
«Ritengo che l’orientamento rappresenti una delle funzioni più importanti della scuola contemporanea, ma anche una delle più delicate.
Troppo spesso abbiamo interpretato l’orientamento come un momento circoscritto alla scelta dell’indirizzo di studi o del percorso universitario.
A mio avviso, invece, orientare significa accompagnare una persona nella scoperta delle proprie capacità, delle proprie inclinazioni e, soprattutto, delle proprie possibilità.
Non significa semplicemente chiedere a un ragazzo che lavoro voglia fare da grande.Significa aiutarlo a comprendere chi è, quali sono i suoi interessi, quali competenze può sviluppare e in che modo queste competenze possano trovare spazio nella società.
Questo processo dovrebbe iniziare molto prima della scelta della scuola secondaria di secondo grado e proseguire lungo l’intero percorso formativo.
C’è poi una questione sociale che non possiamo ignorare.
In Italia, le opportunità educative e professionali continuano a essere influenzate dal contesto familiare, economico e territoriale di provenienza.
Un giovane che cresce in una famiglia culturalmente ed economicamente solida dispone spesso di maggiori strumenti per conoscere le opportunità formative e professionali. Chi proviene da contesti più fragili rischia invece di effettuare scelte condizionate non dalle proprie aspirazioni, ma dai limiti del proprio ambiente.
Ed è proprio qui che la scuola deve fare la differenza.
L’orientamento deve diventare uno strumento di giustizia sociale, capace di ampliare le possibilità di scelta e non di confermare le disuguaglianze esistenti.
Credo inoltre che sia necessario superare una concezione gerarchica dei percorsi formativi.
Per troppo tempo abbiamo trasmesso, anche involontariamente, l’idea che alcuni indirizzi di studio fossero culturalmente superiori ad altri.
Non è così.
La formazione professionale, l’istruzione tecnica, i percorsi universitari e quelli di alta specializzazione rispondono a esigenze differenti e possono rappresentare opportunità di crescita ugualmente dignitose.
Il valore di una persona non dipende dal titolo di studio che consegue, ma dalla possibilità di sviluppare le proprie capacità e realizzare un progetto di vita soddisfacente.
Questo principio assume un significato ancora più profondo quando parliamo di studenti con disabilità o con bisogni educativi particolari.Un orientamento realmente inclusivo non può limitarsi a individuare ciò che uno studente non è in grado di fare. Deve partire dalle sue potenzialità, dalle sue aspirazioni e dalle condizioni necessarie per renderle concretamente realizzabili.
Significa costruire percorsi personalizzati, favorire il raccordo tra scuola, famiglie, servizi territoriali e mondo del lavoro, e soprattutto contrastare quella cultura delle aspettative ridotte che rischia di compromettere il futuro di tanti giovani.
Dobbiamo anche evitare che l’orientamento venga interpretato esclusivamente in funzione delle richieste immediate del mercato del lavoro.
Il lavoro è una componente fondamentale della realizzazione personale, ma la scuola non può ridurre la propria missione alla formazione di lavoratori.
Deve formare cittadini consapevoli, persone capaci di ragionare, scegliere, partecipare e, quando necessario, mettere in discussione ciò che viene loro proposto.
Un buon orientamento non decide il futuro dei ragazzi. Offre loro gli strumenti per poterlo scegliere liberamente».L’intelligenza artificiale e l’uso degli strumenti informatici e digitali: verso una consapevolezza funzionale da parte dei giovani
Gionata Ciappina:
«L’intelligenza artificiale, rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti del nostro tempo e credo che la scuola abbia il dovere di affrontarla con serietà, evitando sia entusiasmi acritici sia atteggiamenti di chiusura.
La tecnologia non è, di per sé, né una minaccia né una soluzione.
Dipende dall’uso che ne facciamo, dagli obiettivi che perseguiamo e soprattutto dalla capacità di comprenderne le implicazioni.
I giovani di oggi crescono immersi in un ambiente digitale.Utilizzano quotidianamente strumenti tecnologici, piattaforme social e sistemi automatizzati, ma questa familiarità non coincide necessariamente con una reale competenza digitale.
Saper utilizzare uno smartphone non significa saper valutare l’attendibilità di un’informazione.Saper interrogare un sistema di intelligenza artificiale non significa possedere gli strumenti per comprenderne le risposte.
Ed è proprio su questa distinzione che la scuola deve intervenire.
Non dobbiamo limitarci a insegnare ai ragazzi come utilizzare le nuove tecnologie. Dobbiamo insegnare loro a comprenderle, a verificarne i risultati, a riconoscerne i limiti e a utilizzarle in maniera eticamente responsabile.Penso, per esempio, alla capacità di distinguere un’informazione attendibile da una manipolata, alla protezione dei dati personali, al rispetto della dignità altrui negli ambienti digitali e alla consapevolezza dei meccanismi attraverso i quali gli algoritmi possono influenzare le nostre scelte.
Esiste inoltre un rischio educativo che considero particolarmente significativo: quello di confondere la rapidità con la conoscenza.
Oggi possiamo ottenere una risposta in pochi secondi, ma questo non significa aver compreso il problema.
La conoscenza richiede elaborazione, confronto, capacità critica e talvolta anche la fatica necessaria per arrivare autonomamente a una soluzione.
L‘intelligenza artificiale può aiutarci a trovare risposte, ma la scuola deve continuare a insegnarci a formulare domande.Credo che questi strumenti possano offrire opportunità importanti anche sul piano dell’inclusione.
Penso alle tecnologie assistive, alla personalizzazione dei materiali didattici, agli strumenti di supporto alla comunicazione e alle applicazioni che possono favorire l’autonomia degli studenti con disabilità o difficoltà di apprendimento.
Ma dobbiamo evitare che l’innovazione tecnologica diventi un ulteriore fattore di disuguaglianza.
Non tutti gli studenti dispongono degli stessi dispositivi, delle medesime connessioni o di un ambiente familiare in grado di accompagnarli nell’utilizzo consapevole delle tecnologie».Non tutti gli insegnanti hanno avuto le stesse opportunità di formazione
Gionata Ciappina:
«Da rappresentante sindacale, ritengo fondamentale sottolineare che l’innovazione non può essere scaricata sulle spalle del personale scolastico come un ulteriore adempimento.
Servono investimenti, formazione qualificata, strumenti adeguati e tempi di lavoro sostenibili.
Soprattutto, occorre preservare la centralità della relazione educativa.
Un algoritmo può supportare la progettazione didattica, ma non può sostituire la sensibilità di un insegnante che riconosce il disagio di uno studente, che comprende il significato di un silenzio o che riesce a restituire fiducia a un ragazzo convinto di non essere all’altezza.La scuola del futuro dovrà certamente essere tecnologicamente avanzata, ma dovrà essere, prima di tutto, profondamente umana.
Perché il vero progresso non consiste nel sostituire le persone con le tecnologie, ma nell’utilizzare le tecnologie per migliorare la vita delle persone.Se potessimo riportare delle coordinate dai metodi del passato, pensando al valore dell’insegnamento per i giovani e la loro crescita psico-sociale e formativa, manterresti uno sguardo vivo al passato?
Oppure il presente è calato in una obiettiva e giusta direzione evolutiva?
Questa è probabilmente la domanda che mi sta più a cuore, perché riguarda non soltanto il modello di scuola che vogliamo costruire, ma anche il tipo di società che desideriamo lasciare alle nuove generazioni.
Credo che sarebbe un errore contrapporre il passato al presente, immaginando che uno dei due rappresenti necessariamente il modello migliore.
La scuola del passato aveva certamente dei valori che oggi dovremmo recuperare e valorizzare.
Penso al senso di responsabilità, al rispetto della figura dell’insegnante, alla centralità dell’impegno personale, alla capacità di affrontare le difficoltà e al riconoscimento del valore della conoscenza.Ma sarebbe altrettanto sbagliato idealizzare quel modello educativo.
La scuola del passato era anche una scuola che, in molti casi, non riusciva a riconoscere adeguatamente le differenze individuali, che tendeva a privilegiare modelli didattici uniformi e che non sempre offriva a tutti le medesime opportunità di successo formativo.
L’evoluzione verso una scuola maggiormente inclusiva, attenta ai bisogni educativi e rispettosa delle diversità rappresenta una conquista sociale e culturale che dobbiamo difendere».Superamento dei modelli di separazione degli studenti con disabilità
Gionata Ciappina:
«Penso, in particolare, al percorso che ha portato il nostro Paese a superare progressivamente modelli di separazione degli studenti con disabilità, affermando il principio della loro partecipazione alla vita scolastica comune.
È un patrimonio di civiltà che non può essere messo in discussione.
Tuttavia, dobbiamo avere anche il coraggio di riconoscere che non tutto ciò che viene presentato come innovazione produce automaticamente un miglioramento.
Viviamo in una società caratterizzata dalla velocità, dall’immediatezza e da una continua esposizione agli stimoli.
I nostri ragazzi sono abituati a ricevere informazioni in tempo reale, a comunicare attraverso schermi e a misurarsi con modelli di successo spesso costruiti sull’apparenza e sulla ricerca di approvazione.
In questo scenario, credo che la scuola debba recuperare il valore del tempo.
Il tempo dell’ascolto, della riflessione, dell’errore, della lettura, del confronto e persino della noia, che può diventare uno spazio prezioso per sviluppare creatività e autonomia.
Non tutto deve essere immediato.
Non tutto deve essere semplificato.
E soprattutto, non tutto deve essere valutato esclusivamente attraverso una prestazione.
Uno dei rischi della società contemporanea è quello di trasmettere ai giovani l’idea che il loro valore personale coincida con i risultati che riescono a ottenere.Il voto, il successo scolastico, la popolarità sui social, la capacità di raggiungere rapidamente determinati obiettivi rischiano di diventare parametri attraverso i quali i ragazzi giudicano sé stessi.
Ma una persona vale molto più delle proprie prestazioni.
Ed è qui che l’insegnante può svolgere una funzione straordinaria.
Può aiutare uno studente a comprendere che sbagliare non significa fallire, che avere tempi di apprendimento differenti non significa essere meno capaci e che le difficoltà non devono necessariamente trasformarsi in limiti permanenti».
Il valore reale dell’educazione per la crescita dei giovani
Gionata Ciappina:
«Quando parliamo di educazione, spesso concentriamo l’attenzione esclusivamente sui giovani, dimenticando che anche gli adulti hanno una responsabilità fondamentale nel costruire il contesto nel quale quei giovani crescono.
Non possiamo lamentarci della scarsa capacità di ascolto dei ragazzi se siamo noi adulti, per primi, a non trovare il tempo di ascoltarli.
Non possiamo chiedere loro rispetto se assistono quotidianamente a comportamenti aggressivi, svalutanti o discriminatori.
Non possiamo pretendere che sviluppino fiducia nelle istituzioni se le istituzioni stesse non riescono a garantire condizioni di equità e opportunità concrete.La scuola, da sola, non può correggere tutte le contraddizioni della società.
Ma può rappresentare uno dei luoghi nei quali iniziare a costruire un cambiamento.
E per farlo deve recuperare alcuni valori fondamentali del passato, senza rinunciare alle conquiste del presente.
Dobbiamo conservare il rigore, ma abbandonare l’autoritarismo.
Dobbiamo valorizzare il merito, senza dimenticare le condizioni di partenza.
Dobbiamo promuovere l’autonomia, senza lasciare soli coloro che hanno maggiormente bisogno di sostegno.Dobbiamo utilizzare le tecnologie, senza sacrificare le relazioni umane.
E dobbiamo continuare a chiedere impegno agli studenti, ricordando però che anche la società ha il dovere di impegnarsi per garantire loro un futuro.Non vorrei una scuola che tornasse indietro, né una scuola che rincorresse ogni cambiamento soltanto per apparire moderna.
Vorrei una scuola capace di riconoscere ciò che merita di essere conservato e ciò che ha il coraggio di cambiare.
Una scuola nella quale nessun ragazzo venga considerato un problema da gestire, ma una persona da accompagnare.
Una scuola nella quale l’insegnante non sia un semplice esecutore di procedure, ma un professionista riconosciuto e rispettato.
Una scuola nella quale la fragilità non sia motivo di esclusione e la diversità non venga semplicemente tollerata, ma riconosciuta come parte della ricchezza della nostra società.Perché, in definitiva, il successo di un sistema scolastico non dovrebbe misurarsi soltanto attraverso ciò che gli studenti sanno quando escono da scuola, ma anche attraverso le persone che sono diventate durante il percorso».
Il significato sociale della scuola
Gionata Ciappina:
«Vorrei concludere con una riflessione che nasce soprattutto dall’esperienza quotidiana di confronto con il personale scolastico.
Quando si parla di scuola, troppo spesso il dibattito pubblico si concentra sui programmi, sulle riforme, sui risultati delle prove, sulle graduatorie e sulle procedure amministrative.
Sono aspetti importanti, naturalmente, ma rischiamo di perdere di vista il significato più profondo dell’istituzione scolastica.
Dietro ogni classe ci sono storie personali, aspettative, difficoltà, aspirazioni e fragilità.
Ci sono studenti che trovano nella scuola opportunità che il proprio contesto familiare o sociale non potrebbe offrire loro.Ci sono ragazzi che hanno bisogno di qualcuno che creda nelle loro capacità prima ancora che riescano a farlo loro stessi.
E ci sono insegnanti, dirigenti scolastici e lavoratori ATA che, nonostante le difficoltà, continuano a garantire quotidianamente il funzionamento di una delle istituzioni più importanti del nostro Paese.
È proprio per questo che considero la tutela sindacale del personale scolastico strettamente collegata alla tutela del diritto allo studio.
Non sono due interessi contrapposti.
Al contrario, sono due dimensioni della stessa responsabilità collettiva.
Non può esserci una scuola realmente inclusiva se non è inclusiva anche nei confronti di chi ci lavora. Non può esserci benessere degli studenti se il disagio professionale degli adulti viene sistematicamente ignorato.
Difendere i diritti del personale scolastico significa anche difendere le condizioni attraverso le quali si realizza il diritto all’istruzione.
E credo che questo debba essere uno dei principi fondamentali dai quali ripartire.
Viviamo in un Paese nel quale molti giovani guardano al futuro con incertezza, nel quale le famiglie affrontano difficoltà crescenti e nel quale il lavoro non sempre garantisce la stabilità e il riconoscimento che dovrebbe.
In questo scenario, la scuola può e deve continuare a rappresentare una possibilità concreta di riscatto individuale e collettivo.
Ma perché questo accada occorre considerare l’istruzione non come una voce di spesa da amministrare, bensì come un investimento sociale di lungo periodo.
E soprattutto dobbiamo tornare a riconoscere il valore delle persone.
Perché gli edifici, le tecnologie, i finanziamenti e le riforme sono strumenti indispensabili, ma la scuola continua a vivere attraverso le relazioni umane.Attraverso un insegnante che incoraggia, un collaboratore scolastico che accoglie, un dirigente che ascolta, una famiglia che collabora e uno studente che, giorno dopo giorno, scopre di poter costruire il proprio futuro.
La scuola che immagino non è quella che pretende che tutti arrivino allo stesso traguardo nello stesso momento. È quella che si assume la responsabilità di non lasciare indietro nessuno, senza dimenticare mai chi, ogni giorno, lavora per rendere possibile questo obiettivo.Non possiamo pretendere che la scuola si prenda cura del futuro dei nostri figli se, come società, non siamo capaci di prenderci cura delle persone alle quali affidiamo quel futuro».
Gionata Ciappina
Segretario Nazionale Federazione INSIEME SCUOLA
CONF.I.A.L. – Confederazione Italiana Autonoma lavoratori

Segretario Generale Nazionale Sindacato Insieme Scuola- Confederazione Italiana Autonoma lavoratori

