Photo Giorgio Algherini e Ufficio Stampa Miss Italia
Di Dino Tropea
Pubblicato: 23 Settembre 2026

Miss Italia vista da fuori: un anno da cronista

 

DA FIUMICINO 2025 ALLA FINALE DI SANTA SEVERA 2026, PASSANDO PER SELEZIONI, ACADEMY, FOTOGRAFIE, INCONTRI E ARTICOLI. IL PUNTO DI VISTA DI UN REDATTORE CHE HA SEGUITO IL CONCORSO MANTENENDO UNA POSIZIONE ESTERNA ALL’ORGANIZZAZIONE E OSSERVANDO DA VICINO ANCHE LA DISTANZA TRA CIÒ CHE ACCADE DURANTE IL PERCORSO E CIÒ CHE ARRIVA AL PUBBLICO

 

Miss Italia, da Fiumicino al Castello di Santa Severa il 21 Settembre

La prima volta che ho seguito fisicamente un evento di Miss Italia è stata a Fiumicino, nell’agosto del 2025. Ero lì come redattore per raccontare una finale regionale, quella di Miss Riviera Tirrenica. Una piazza, le concorrenti, il pubblico, una vincitrice e una notizia da riportare. Il mio rapporto con il concorso era esattamente quello che dovrebbe avere un cronista con ciò che racconta: esterno. Non appartenevo all’organizzazione, non partecipavo ai suoi meccanismi decisionali e non avevo alcun ruolo nella selezione delle concorrenti.

A distanza di poco più di un anno, quel punto di osservazione è rimasto esterno, ma la distanza fisica e informativa si è progressivamente ridotta. Ho seguito ancora Miss Italia, sono tornato a Fiumicino nel 2026 e ho raccontato numerose tappe del percorso fino ad arrivare, come redattore accreditato, alla finale nazionale del 21 settembre al Castello di Santa Severa. Nel frattempo è cresciuto il rapporto professionale con l’ufficio stampa nazionale, che ha agevolato il lavoro giornalistico mettendo a disposizione informazioni e materiale fotografico e consentendo un accesso più diretto alle persone e agli eventi.

È una distinzione che considero importante. Essere accreditati non significa entrare nel meccanismo del concorso. Significa avere la possibilità di osservarlo più da vicino. E più diminuisce la distanza dalla fonte, più aumenta la responsabilità di distinguere ciò che si vede da ciò che viene dichiarato, l’esperienza personale dalla valutazione generale.

Anche gli articoli pubblicati durante questo periodo mostrano un cambiamento. All’inizio il racconto era inevitabilmente concentrato sulle selezioni: una concorrente vince, conquista una fascia e prosegue il percorso. Nel 2026 ho cominciato invece a incontrare biografie che rendevano insufficiente questa rappresentazione. Quando le quattro concorrenti del Lazio sono entrate tra le quaranta dell’Academy di Santa Severa, i loro profili raccontavano università, lavoro, sport agonistico e recitazione.

È qui che un’espressione utilizzata spesso intorno al concorso, “bellezza a 360 gradi”, può essere sottratta alla dimensione dello slogan e sottoposta alla verifica dei fatti. L’aspetto fisico continua evidentemente ad avere un ruolo: Miss Italia rimane un concorso che nasce e vive anche attorno alla bellezza. Ma le ragazze che ho incontrato non erano persone ferme in attesa che una fascia attribuisse loro un’identità. Studiavano, lavoravano, praticavano sport, coltivavano interessi e progetti. La fascia poteva aggiungere qualcosa a percorsi che erano già cominciati.

Nel panorama contemporaneo non è neppure un meccanismo così estraneo. Da anni assistiamo a talent nei quali qualcuno decide volontariamente di mettere alla prova davanti a una giuria la propria voce, la danza, la recitazione o un’altra capacità. Miss Italia ha una storia e una natura differenti e sarebbe improprio equiparare esperienze diverse.

La domanda comune, però, esiste: perché una persona decide di esporsi a un giudizio e che cosa spera di ottenere da quell’esperienza?

Photo Ufficio Stampa Dino Tropea

Photo Ufficio Stampa Dino Tropea

Nel caso di Miss Italia il tema è più complesso perché entra in gioco anche il giudizio sull’aspetto fisico e, con esso, una discussione culturale sulla rappresentazione della donna.

C’è chi considera un concorso di bellezza un’opportunità liberamente scelta e chi ritiene quel modello superato o incompatibile con una rappresentazione contemporanea della donna. Sono posizioni che esistono e che un cronista non ha il compito di risolvere scegliendo quale debba prevalere.

Esiste però ciò che si può osservare. Nel corso dell’anno ho avuto occasione di parlare con diverse concorrenti.

Le ragazze con cui mi sono confrontato direttamente hanno espresso apprezzamento per l’esperienza vissuta.

È un elemento che ritengo corretto riportare, ma con un limite altrettanto evidente: ho incontrato ragazze che avevano scelto di partecipare a Miss Italia. Le loro opinioni non costituiscono un campione rappresentativo delle giovani italiane e non possono essere utilizzate per affermare che un’intera generazione abbia un determinato rapporto con il concorso.

Lo vedo anche nella quotidianità. Ho una figlia di 22 anni e conosco ragazze della stessa fascia d’età. Alcune seguono questo mondo, altre molto meno o per nulla.

In alcuni casi l’interesse nasce quando partecipa un’amica, una conoscente o una ragazza del proprio territorio.

Anche questa è un’osservazione personale, non un sondaggio, ma suggerisce una questione forse più complessa della semplice divisione tra favorevoli e contrari: per una parte delle giovani Miss Italia potrebbe non essere un fenomeno da approvare o contestare, ma semplicemente qualcosa che non fa parte delle proprie abitudini culturali finché non interviene una relazione di prossimità.

L’Edizione 2026 e l’incontro diretto con tutto lo staff e gli ospiti

L’edizione 2026 ha provato a lavorare anche su questa distanza. L’Academy di Santa Severa e la docu-serie hanno portato davanti al pubblico preparazione, storie personali, prove e incontri, dichiarando esplicitamente l’intenzione di mostrare qualcosa che andasse oltre il momento della competizione.

Ho seguito giornalisticamente quelle giornate e le singole prove. Miss Eleganza, per esempio, è stata collegata anche a portamento, presenza e capacità comunicativa; Miss Cinema ha portato alla vincitrice Silvia Cervellin non soltanto una fascia, ma l’accesso a un anno accademico all’Actor’s Planet.

Sono elementi concreti. Non dimostrano da soli che Miss Italia abbia risolto la propria relazione con il passato, né autorizzano a concludere che la trasformazione sia compiuta. Dimostrano però che nell’edizione che ho seguito il concorso ha affiancato alla competizione anche formazione ed esperienze che possono avere una conseguenza successiva per alcune partecipanti.

Arrivare a Santa Severa ha consentito di osservare tutto questo da una posizione diversa rispetto a quella di Fiumicino 2025. Non ero diventato parte di Miss Italia. Ero sempre un redattore, questa volta accreditato alla finale, con la possibilità di fare domande direttamente alle persone che fino a quel momento avevo raccontato prevalentemente attraverso il lavoro quotidiano di redazione.

Ho parlato con Patrizia Mirigliani, Fioretta Mari, Denny Mendez, Annalisa Minetti, Layla Rigazzi e altre persone presenti.

Le loro parole hanno restituito punti di vista differenti. Mirigliani ha insistito sul lavoro e sull’ascolto delle concorrenti; Fioretta Mari sul carisma e sulle possibilità che possono aprirsi oltre la bellezza; Annalisa Minetti sulla formazione e sulla consapevolezza; Denny Mendez sulla trasformazione vissuta dal concorso nel tempo. Sono le loro valutazioni, non prove oggettive del valore del format. Per il cronista servono però a comprendere quale idea del concorso cerchi oggi di costruire chi lo organizza e chi lo ha attraversato.

Anche le fotografie hanno accompagnato questo percorso. Alcune sono state rese disponibili attraverso l’ufficio stampa, altre le ho realizzate personalmente, mentre a Santa Severa le immagini di Giorgio Algherini hanno documentato anche momenti delle interviste e della finale. Foto e articoli, messi uno accanto all’altro, finiscono per costruire una cronologia: Fiumicino 2025, un nuovo passaggio a Fiumicino nel 2026, le selezioni, le quaranta concorrenti, l’Academy, le sedici finaliste e infine la proclamazione.

La proclamazione di Sarah Rizea

Ma è stato proprio dopo la finale che ho osservato una delle contraddizioni più interessanti dell’intero percorso.

Mentre dentro Santa Severa avevo ascoltato parlare di formazione, sport, personalità, carisma, studio e capacità comunicativa, sui social la discussione seguita alla proclamazione di Sarah Rizea è tornata rapidamente sul terreno più tradizionale: chi fosse la più bella. Nei commenti che ho osservato c’era chi avrebbe preferito la seconda classificata, chi indicava Miss Veneto o Miss Calabria, chi considerava la vincitrice meritevole e chi semplicemente esprimeva un gusto differente.

Quei commenti non sono un sondaggio e non rappresentano il pubblico italiano. Sarebbe metodologicamente scorretto utilizzarli in questo modo. Sono però interessanti come fotografia di una conversazione spontanea: mentre il concorso prova ad ampliare i criteri attraverso i quali raccontare le partecipanti, una parte del pubblico continua a interpretare Miss Italia soprattutto attraverso il confronto estetico.

Nei commenti compaiono anche contestazioni più pesanti. Alcuni utenti parlano di risultato “pilotato”, di concorso “non genuino” o formulano accuse ancora più esplicite. Non ho elementi che consentano di trasformare quelle affermazioni in fatti e per questo rimangono ciò che sono: opinioni e accuse pubblicate da singoli utenti. Il loro interesse giornalistico è un altro. Mostrano l’esistenza di una questione di percezione e fiducia con cui una competizione basata su valutazioni inevitabilmente soggettive deve confrontarsi.

Una giuria sceglie. Una sola concorrente vince. Il fatto che uno spettatore avrebbe scelto un’altra ragazza non dimostra un’anomalia: dimostra innanzitutto che il giudizio sulla bellezza, sul carisma e sulla presenza personale contiene una componente soggettiva. Proprio per questo la trasparenza delle regole e dei criteri è importante per qualsiasi concorso che chieda al pubblico di riconoscere un risultato.

La conversazione social ha mostrato anche un altro fenomeno. In alcuni commenti l’origine rumena dei genitori di Sarah Rizea è stata utilizzata per discutere la sua italianità; in altri è diventata motivo di apprezzamento. Anche in questo caso il compito giornalistico non è aderire all’una o all’altra reazione, ma registrare come una proclamazione legata a un concorso di bellezza riesca rapidamente a intercettare temi molto più ampi: identità, appartenenza, rappresentazione del Paese.

Photo Giorgio Algherini e Ufficio Stampa Miss Italia

La Vincitrice di Miss Italia 2026                                                                          Photo Giorgio Algherini e Ufficio Stampa Miss Italia, Sarah Rizea

C’è infine un particolare che mi ha colpito osservando quelle discussioni. Nei commenti concentrati esclusivamente sull’aspetto estetico quasi scompare tutto ciò che avevo raccontato nei giorni precedenti delle concorrenti.

Sarah Rizea, per esempio, non è soltanto l’immagine scelta per accompagnare il post della vincitrice. Ha diciotto anni, studia Psicologia alla Sapienza ed è un’atleta del nuoto artistico tesserata con le Fiamme Oro, con risultati ottenuti anche nelle competizioni internazionali.

Qui, probabilmente, si trova uno degli insight più interessanti di questo anno di lavoro: cambiare un format può essere più rapido che cambiare l’immaginario costruito attorno a quel format.

Miss Italia porta con sé una storia molto lunga. Chi la guarda da fuori può continuare a riconoscervi principalmente una passerella e una corona. Chi segue l’intero percorso vede anche altro. Questo “altro” non cancella la bellezza, non elimina le critiche e non rende automaticamente efficace ogni innovazione introdotta. Semplicemente esiste, e raccontarlo permette di discutere del concorso partendo da un quadro più completo.

Per questo, dopo un anno, non considero utile arrivare a una sentenza su Miss Italia. Il giornalismo non deve assolvere né condannare un concorso. Deve provare a descriverlo per quello che riesce a verificare.

Da osservatore esterno ho visto ragazze che hanno scelto di mettersi in gioco e che, nei colloqui avuti con loro, hanno raccontato positivamente quell’esperienza. Ho visto un’organizzazione che nel 2026 ha provato a introdurre formazione e racconto personale accanto alla tradizionale competizione. Ho visto una finale nella quale una giuria ha compiuto una scelta e un pubblico social che, immediatamente dopo, ha iniziato a discuterla. Ho visto entusiasmo, critiche, diffidenza e sostegno convivere intorno allo stesso evento.

E ho visto cambiare il mio stesso punto di osservazione.

Nell’agosto 2025 ero a Fiumicino davanti a una selezione regionale da raccontare. Nel settembre 2026 ero al Castello di Santa Severa, accreditato alla finale nazionale, a raccogliere interviste poche ore prima della proclamazione. In mezzo ci sono articoli, fotografie, telefonate, verifiche, incontri e un rapporto professionale progressivamente più diretto con l’ufficio stampa nazionale.

La vicinanza ha aumentato le informazioni disponibili, non ha cambiato il ruolo

Resto fuori dal meccanismo. Ed è proprio da quella posizione che oggi posso riconoscere una distanza che all’inizio non vedevo: quella tra Miss Italia vissuta nel suo percorso e Miss Italia percepita attraverso il solo momento della corona.

Forse è questo il dato più utile che un anno di cronaca può restituire. Prima di decidere cosa rappresenti oggi Miss Italia, vale la pena osservare non soltanto chi vince, ma cosa succede prima che venga pronunciato quel nome.

Fonte: Ufficio Stampa Miss Italia e foto di Giorgio Algherini