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Di Simona Petrozzi
Pubblicato: 13 Ottobre 2026

Violenza giovabile in aumento: tra rischi e prevenzione

Intervista a cura di Simona Petrozzi sulle cause e soluzioni rispetto alla devianza giovanile a Dr. Raffaele Focaroli, psicologo, pedagogista ed ex giudice onorario Tribunale dei minorenni di Roma

L’aumento della ferocia e della gratuità della violenza tra i giovani

Dalla sua prospettiva di ex giudice onorario e psicologo, stiamo davvero assistendo a un fenomeno nuovo o sono cambiate “solo” le modalità di espressione del disagio?

Dr. Raffaele Focaroli:  

«Più che un fenomeno radicalmente nuovo nella sua radice pulsionale, siamo di fronte a una mutazione profonda delle modalità espressive e del significato che i giovani attribuiscono alla violenza.

Il disagio adolescenziale ha sempre cercato canali di rottura, ma oggi assistiamo a una preoccupante dematerializzazione dell’altro. La violenza appare “gratuita” perché manca la percezione dell’impatto emotivo e fisico sulla vittima.

Se in passato l’atto violento era spesso legato a dinamiche di rivalità o di territorio, oggi sembra configurarsi come un anestetico contro il vuoto esistenziale. Non è solo un cambiamento di forma, è un cambiamento di senso: la violenza è diventata un’istanza performativa, un modo per “esistere” in una società che chiede visibilità a tutti i costi.»

Nel corso della sua carriera al Tribunale dei Minorenni di Roma, qual è stata l’evoluzione più preoccupante che ha notato nell’identikit del “giovane deviante”?

«Durante i miei anni al Tribunale per i Minorenni di Roma, sia nel settore penale con il GUP sia nel civile, ho osservato un progressivo slittamento del profilo del minore autore di reato. Un tempo la devianza era quasi interamente sovrapponibile a contesti di grave marginalità sociale, economica o culturale. L’evoluzione più preoccupante è la totale trasversalità del fenomeno. Oggi l’identikit del “giovane deviante” comprende ragazzi provenienti da famiglie della media e alta borghesia, contesti apparentemente integrati e privi di carenze materiali. Ciò che manca in queste storie non sono le risorse economiche, ma la tenuta della struttura educativa e la capacità dei genitori di esercitare una sana funzione regolativa e di limite».

Spesso si parla di “analfabetismo emotivo”. Che ruolo gioca l’incapacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni (e quelle altrui) in questi atti di violenza così precoci?

Dr. Raffaele Focaroli:  

«L’analfabetismo emotivo è il nucleo disfunzionale attorno a cui ruotano questi atti precoci. Quando un ragazzo non possiede le parole per nominare ciò che sente – la rabbia, la frustrazione, il senso di inadeguatezza – l’unica via di scarico rimanente è l’agito psicosomatico o, appunto, la violenza comportamentale. Noto quotidianamente, sia nella clinica sia tra i banchi di scuola, una profonda incapacità di mentalizzare il dolore. Se non so riconoscere la mia sofferenza, non posso empatizzare con quella altrui; l’altro diventa un oggetto inanimato su cui proiettare la propria frammentazione interna. La violenza precoce è l’espressione di un cortocircuito: dove fallisce la parola, risponde il corpo».

Oggi la violenza giovanile viene costantemente spettacolarizzata sui social media (risse riprese, minacce online, trend pericolosi). Il digitale è solo una cassa di risonanza o agisce come un vero e proprio acceleratore della devianza?

«Il digitale non è una mera cassa di risonanza, ma un vero e proprio ambiente trasformativo che funge da acceleratore.

Nelle dinamiche di gruppo che analizzo anche nella mia cattedra di Psicologia del Conflitto, l’intermediazione dello schermo riduce drasticamente l’inibizione. Riprendere una rissa o postare una minaccia crea una dissociazione cognitiva: il ragazzo vive l’azione come se fosse il regista di un film, non l’autore di un reato nel mondo reale. Inoltre, l’algoritmo premia l’estremizzazione.

La ricerca del “like” e della validazione virtuale spinge il branco a superare limiti che, in una dinamica puramente analogica, forse non avrebbe valicato. Il digitale valida e normalizza la devianza, trasformandola in valuta identitaria».

Da pedagogista ed educatore: dove sta fallendo l’alleanza educativa tra famiglia e scuola? Quali sono i segnali premonitori che gli adulti oggi non sanno più cogliere?

«L’alleanza educativa sta fallendo nella tendenza generalizzata degli adulti all’evitamento del conflitto e alla delega. Spesso la famiglia si pone in una postura difensiva o, peggio, di complicità con il figlio, percependo la scuola non come un partner, ma come un giudice ostile.

C’è una diffusa difficoltà ad assumere il ruolo di guida normativa: si preferisce essere amici dei figli piuttosto che genitori.

I segnali premonitori che ci sfuggono non sono macroscopici, ma risiedono nelle micro-transizioni quotidiane: il progressivo ritiro sociale, l’irritabilità espressa attraverso il silenzio ostile, il cambiamento repentino del sonno o del rendimento scolastico, e una svalutazione sistematica di ogni forma di autorità. Gli adulti oggi faticano a cogliere questi segnali perché sono essi stessi distratti o spaventati dal dover gestire il dissenso e la frustrazione dei figli».

Giustizia minorile: punizione e riabilitazione

Il dibattito pubblico oscilla spesso tra la richiesta di pene più severe per i minori (come nel recente Decreto Caivano) e la difesa del valore riabilitativo della giustizia minorile.

Qual è il giusto equilibrio per evitare che il carcere diventi una “scuola di criminalità”?

«La mia esperienza in tribunale mi dice che l’inasprimento della pena fine a se stesso ha una scarsissima efficacia deterrente sull’adolescente, il quale per definizione fatica a calcolare le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni.

Il giusto equilibrio si trova non nella severità astratta della sanzione, ma nella certezza e tempestività dell’intervento educativo.

Il carcere minorile deve rimanere l’extrema ratio per i reati di eccezionale gravità; per evitare che diventi una scuola di criminalità, deve essere un luogo di risignificazione profonda del trauma e della colpa, non di mero contenimento custodiale.

La punizione ha senso solo se contiene in sé la proposta di una ricostruzione identitaria».

Il valore dello strumento della messa alla prova (MAP)

Alla luce della complessità dei ragazzi di oggi, questo strumento è ancora efficace o va ripensato?

«La Messa alla Prova resta uno degli strumenti più illuminati del nostro ordinamento, ma oggi va profondamente aggiornata nella sua applicazione pratica. I ragazzi attuali sono diversi da quelli per cui la MAP è stata concepita: mostrano resistenze più fluide, difese strutturate attorno al disimpegno morale e, come dicevamo, un forte analfabetismo emotivo. La MAP non può più limitarsi a progetti standardizzati di volontariato o utilità sociale. Deve includere percorsi clinici e pedagogici stringenti, focalizzati sulla riparazione del danno, sulla mediazione penale e sul riconoscimento reale della vittima. Deve insomma essere un percorso ad alta intensità relazionale, altrimenti rischia di essere vissuta dal minore come una formale “scorciatoia” processuale».

Prevenzione e prospettive future

Se dovesse indicare una priorità assoluta per le istituzioni (scuole, servizi sociali, ASL), da dove bisognerebbe partire per fare vera prevenzione prima che il disagio si trasformi in reato?

«La priorità assoluta è l’istituzione di una rete strutturata di presidio psicologico e pedagogico permanente all’interno delle scuole, sin dai cicli primari. Non possiamo più permetterci di intervenire “a chiamata” o con progetti a termine quando l’emergenza è già esplosa. Serve una sinergia organica e immediata tra la scuola – che intercetta quotidianamente il ragazzo – e i servizi territoriali (ASL e Servizi Sociali). Dobbiamo investire sulla formazione dei docenti affinché sappiano leggere le dinamiche di gruppo e i conflitti, e parallelamente creare spazi di ascolto clinico accessibili e privi di stigma per gli studenti e supporti concreti alla genitorialità».

Un’ultima domanda: a un ragazzo che oggi si trova a un bivio, attratto dalle logiche del branco o della devianza, e ai suoi genitori che si sentono impotenti, che messaggio si sente di dare ?

Dr. Raffaele Focaroli:  

«Al ragazzo direi: il branco ti chiede di annullare la tua unicità per darti l’illusione di essere forte, ma la vera forza sta nel sostenere lo sguardo della tua individualità. Non aver paura di fare un passo indietro rispetto a una logica che ti distrugge mentre ti promette potere. C’è un modo di essere visibili e di valere che non lascia macerie dietro di sé. Ai genitori direi: non abbiate paura del conflitto e non vergognatevi del senso di impotenza che provate. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di grande responsabilità genitoriale. Recuperate il coraggio di dire dei “no” che contengano valore e, soprattutto, restate presenti. Anche quando vi respingono, i vostri figli hanno un disperato bisogno di sentire che la vostra tenuta emotiva è più forte della loro tempesta».

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Psicologo, pedagogista ed ex giudice onorario Tribunale dei minorenni di Roma
Dr. Raffaele Focaroli

on un’esperienza pluriennale maturata tra le aule universitarie e quelle dei tribunali, dedico la mia attività professionale alla comprensione e alla risoluzione delle dinamiche umane più complesse.

Attualmente sono Docente presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, dove titolare dell’insegnamento in “Psicologia del Conflitto”, e trasmetto la passione per questa disciplina alle nuove generazioni insegnando Psicologia presso il Liceo delle Scienze Umane di Poggio Mirteto (RI).

La mia specializzazione nel supporto alle famiglie e ai minori è radicata in un lungo percorso istituzionale: sono stato per molti anni  Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Roma. Oggi metto questa esperienza a disposizione della giustizia in qualità di Consulente Tecnico per i Tribunali Ordinari (Sezioni Minori e Famiglia) e per i Tribunali per i Minorenni.

Nel mio studio clinico, aiuto individui, coppie e adolescenti a navigare le fasi critiche della vita, trasformando la conflittualità e le problematiche relazionali  in un’occasione di crescita e ritrovato equilibrio familiare.